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LA RICETTA "SQUADRA" NELL'ERA DEL SINGOLO
14/03/2011
A cura di Andrea
Siamo stati prima l'Inter di Ronaldo, poi quella di Vieri, quella di Baggio, quella di Adriano, quella di Ibrahimovic, quella di Mou. Cos'è cambiato? Che quella di Mou non si basava sul singolo, ma sul collettivo. Banalità forse, ma forse anche no. Quelli che hanno fatto la nostra storia recente, qui sopra nominati, sono tutti grandissimi giocatori, chi più chi meno, e ci hanno fatto gioire, esultare ma soprattutto soffrire. L'Inter di Mou invece non ci ha dato nemmeno una sofferenza, solo gioie, immense, intense, indescrivibili. Chiaro, anche quell'ultima Inter si basava su dei singoli di una bravura immensa: da Julio Cesar a Samuel, da Lucio a Cambiasso, da Zanetti a Milito, fino ad Eto'o e Balotelli, ma non uno di questi ha preso il sopravvento sugli altri, non uno di essi ha in noi uno spazio più suo rispetto agli altri.
La formazione della Grande Inter, i tifosi che l'hanno vissuta (ed anche tanti che l'hanno solo sfiorata), la ricordano a memoria e di ogni nome hanno impresso un volto, un gol, un assist. Così è per noi l'Inter 2009/2010: Julio-Maicon-Lucio-Samuel-Chivu PAUSA Cambiasso-Zanetti-Sneijder PAUSA Eto'o-Pandev-Milito. Una cantilena, la filastrocca dei sogni impossibili realizzati.
Oggi stiamo vivendo una stagione sui resti illustri di quella stagione, cercando di rinascere con un progetto che ha avuto inizio il 24 Dicembre (una data quasi mistica per la sua vicinanza alla nascita di Cristo, ma non mischiamo Sacro e profano, anche se il tifoso spesso valica quella linea di confine) con la scelta di Leo e la cacciata di Rafa e che sta nascendo in mezzo alle chiare e prevedibili difficoltà. Ed il destino non disdegna di farci degli scherzi: noi, ancora così attaccati a quel passato recentissimo e gloriosissimo, dovremo affrontare il Bayern, la rivale del 22 Maggio, l'incubo abbattuto nella realtà di quei giorni e che oggi si presenta come una montagna difficile visto la sconfitta sfortunata dell'andata. E poi Ibra sulla strada del nostro Scudetto e non si offendano i milanisti se uso questa sineddoche per identificare il Milan, ma nel momento in cui hai in squadra lui devi abituarti al fatto che la tua squadra diventi sempre più lui e meno voi. Ibra è stato l'ultimo massimo esponente dell'Inter dei singoli, l'Inter che viveva sull'estro del soggetto ed in cui il gruppo era solo una corazza a protezione del nucleo vitale pulsante rappresentato dal fuoriclasse. L'Inter che sfiorava, accarezzava, vinceva, ma non convinceva, non scriveva la storia, non era leggenda. L'Inter che non c'è più.
Oggi Ronaldo è il passato, Baggio storia, Adriano talento sprecato, Vieri barzelletta e Ibra è il Milan. Negheranno, diranno che siamo i soliti, solo noi siamo i bravi ed i belli. Lasciando stare il fatto che si, noi siamo bravi e belli, terribilmente belli, la mia non vuole essere una provocazione ma un'analisi della realtà: lo svedese ha sempre giocato quest'anno e se il Milan è primo è anche e soprattutto grazie a lui ed alla sua potenza fisica e tecnica. I rossoneri hanno fatto una scelta saggia che è stata quella di puntare sul singolo la ricostruzione di una squadra che era finita, morta, per tornare a vincere ed è quello che abbiamo provato a fare noi per anni e che proprio grazie a Ibra siamo riusciti a fare. Però col singolo non si fa il salto definitivo di qualità, lo stacco, che si potrà avere solo con la "squadra", il concetto di squadra, senza prime donne o prime attrici, ma solo con un cast di grande livello, ma paritario, dove spiccano i migliori e gli altri sono ottime spalle. Lo sappiamo noi, fidatevi. Ecco perché tra i due pareggi delle milanesi nel week-end, secondo me, il loro è il peggiore: giocavano in casa, contro l'ultima in classifica, con la squadra titolare eppure non hanno vinto, ma anzi, hanno giocato male per gran parte del match ed hanno perso Ibra, al 90% anche per la sfida contro di noi. I giocatori li hanno, possono fare benissimo anche senza lui, ma il problema è che il Milan non può sapere com'è senza Ibra, perché il Milan, oggi, è Ibra.
Per noi è diverso. Col Brescia abbiamo buttato all'aria un'occasione d'oro e ci è andata di culo, ma non sarà sempre così, però alla fin dei conti usciamo senza umori distrutti o gravi danni dallo stadio Rigamonti. Leo ha sbagliato nettamente i cambi e dovrà valutare bene la situazione perché ora c'è la sfida col Bayern che sarà difficilissima, ma non impossibile. Non dovremo avere fretta di segnare, non dobbiamo recuperare due gol, ma uno solo, quindi dovremo avere pazienza e sfruttare i loro eventuali errori, consapevoli che partite del genere si possono risolvere anche al novantesimo minuto grazie ad un episodio. La fretta è cattiva consigliera in casi del genere. Leo avrà la possibilità, grazie anche al recupero di Cambiasso, Chivu, Thiago Motta e Lucio (miracolosamente), di scegliere e non dovrà sbagliare stavolta.
Nessuno si aspetta miracoli, l'abbiamo detto già altre volte. Leo non ha il dovere di vincere, ma almeno di convincere si. Deve convincerci tutti, al di la della simpatia, dell'intelligenza e delle indubbie doti caratteriali, che la squadra ha davanti a sé ancora un progetto in cui credere, delle vittorie a cui puntare, magari non nel futuro brevissimo, ma breve di certo. Il suo compito è, quindi, da un lato più semplice (c'è meno pressione, l'anno scorso abbiamo vinto tutto ed i primi tre mesi Benitez ne ha fatta davvero una più di Bertoldo qua da noi, calamitando su di se tutti i possibili insuccessi stagionali), ma dall'altro anche complicato, perché in un momento di difficoltà deve dimostrare che l'Inter è ancora una "squadra" vera e con essa deve dimostrare la superiorità della ricetta squadra sulla forza del singolo, via scelta dalla maggior parte delle Società calcistiche di oggi. E' un'impresa ardua a cui si sta preparando da quel 24 dicembre, ma che oggi è già ai test finali: prima il Bayern poi, tra due settimane, il Milan. O la va o la spacca.